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E. Dei: "Benevento piazza di una educazione e una passione straordinaria. Su Montipò..."

di Gerardo De Ioanni
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Il buon rendimento del nuovo Benevento in pre-season aveva lasciato bene sperare, poi la prima gara ufficiale con il Monza ha riportato tutti con i piedi per terra. Anche l’amichevole di ieri con la Vastese, finita 3-3, ha lasciato più di qualche dubbio sulla tenuta difensiva della formazione giallorossa.

Del momento dei sanniti, della “crisi” di Montipò e di tanto altro, ne abbiamo parlato con l’ex portiere della Strega, Emiliano Dei, attualmente allenatore dei portieri.

Innanzitutto buon pomeriggio Emiliano, stai seguendo le vicende del Benevento? Come vedi il nuovo corso targato Inzaghi?

“Seguo sempre il Benevento con molta attenzione, al di là del nuovo corso con Inzaghi in panchina. Mi sembra una squadra molto forte, attrezzata per fare molto bene. Non bisogna farsi condizionare dalle prime partite, solitamente sono solo polvere negli occhi. La serie B, poi, è un campionato più difficile della serie A, è molto lunga. In B, inoltre, c’è anche più competizione perché non sempre a vincere è la più titolata. Anzi, spesso ci si trova di fronte a delle vere e proprie mine vaganti come le squadre neo promosse che mantenendo l’intelaiatura della stagione precedente finiscono per fare campionati altissimo livello”.

Ancora una volta la società ha fatto dei sacrifici per allestire una squadra di vertice. Sau, Schiattarella e Kragl sono calciatori importanti per la categoria. “Il Presidente Vigorito negli anni ha sempre investito molto e i risultati parlano per lui”.

Mercato che, a sorpresa potrebbe riguardare anche la porta. Montipò sta vivendo un periodo non facile e sembra non riesca a scrollarsi i fantasmi dei play-off. Da portiere a portiere come si superano questi momenti di difficoltà? “Io non so se c’è o meno un problema. Posso dire che, semmai dovesse esserci un momento di difficoltà, può essere anche passeggero. Nell’arco di una carriera tutti passano un periodo poco felice. Basti pensare a Buffon l’anno scorso al Psg, sembrava dovesse essere confermato di sicuro, poi l’errore in Champions ha segnato il suo destino a Parigi. In questi casi l’unica medicina che conosco è il lavoro: se hai fiducia nelle tue qualità e nell’allenatore dei portieri superi questa fase. Ricordo che capitò lo stesso con Puggioni, dopo che aveva fatto bene la parte della stagione precedente. Quando la fortuna non gira, l’unica cosa da fare è lavorare. Le chiacchiere che non fanno parte del campo se le porta via il vento. Mi auguro per Montipò e per il Benevento che tutto si risolva velocemente e che, se dovesse restare in giallorosso, si tolgano belle soddisfazioni insieme”.

Questa squadra dove può arrivare secondo te? “Tre anni fa (promozione in A) dissi che per me il Benevento era una delle candidate alla vittoria finale. Dipenderà da come i giallorossi arriveranno nel momento cruciale della stagione: questo farà la differenza. C’è tutto per fare bene. Credo che qui è a Benevento già dall’anno scorso si sia reso conto di quanto i tifosi siano attaccati alla squadra. Anche i nuovi arrivi, che ho letto hanno rifiutato altre destinazioni per il Sannio, penso che già se ne siano resi conto. I presupposti ci sono tutti. L’importante è che non diventi un assillo perché la serie cadetta è lunga e tremenda. Devi essere costante, ci sono turni infrasettimanali e può capitarti di avere un andamento altalenante. Per questo dico che la parola chiave è equilibrio. E’ un campionato che richiedere molta pazienza e tanto equilibrio”.

Andando indietro nel tempo, la prima immagine, il primo ricordo che ti viene in mente pensando al Benevento? “Sicuramente la prima immagine che mi sovviene è il rientro da Lecce alle 2 di notte con 3000 persone ad aspettarci con il Santa Colomba (oggi Ciro Vigorito) illuminato. Mai ci saremmo aspettati tante persone. Io abitavo a San Giorgio del Sannio e spesso nel tragitto con Totò Bertuccelli vedendo lo Stadio da lontano, ce lo immaginavamo illuminato e festoso. Quel sogno diventò realtà, è stato bellissimo.

Ancora oggi, solo a parlarne, mi emozionano questi ricordi. Per questo seguo sempre il Benevento. Al di là della promozione, per me tutti e quattro gli anni vissuti lì sono stati importanti. Vittorie di campionati e salvezze conquistate all’ultimo secondo. E’ un ambiente di una intensità e una educazione straordinaria, diversa da altre piazze. Un qualcosa che si è visto anche nell’anno di Serie A, dove nonostante i risultati negativi il pubblico è sempre stato vicino alla squadra.  Credo che i ragazzi che indossano la maglia giallorossa quest’anno l’abbiano capito. Benevento è una piazza che si rende conto se sei attaccato alla maglia o no. Se dai tutto te stesso, anche se non arrivano i risultati, ti aiutano lo stesso”.

Il tuo rapporto con i tifosi è stato sempre molto bello, vuoi mandare un saluto ai supporters sanniti? “Il mio è un saluto affettuoso che faccio con piacere. Nel Sannio sono stato bene sia come calciatore che come persona. Il calcio è solo una parentesi, sono stato bene io e tutta la mia famiglia. A Benevento i miei figli hanno mosso i primi passi. Ho una città da ringraziare in toto, ambiente calcistico e non. Sono sempre stato rispettato per quello che ho dato. Al netto degli errori di campo, c’è sempre stato un rapporto di rispetto reciproco. I calciatori passano, la maglia resta. Sono felice di non essere mai stato considerato un lavativo ma che i tifosi abbiano apprezzato il mio impegno. Per me è sempre un motivo di orgoglio essere associato al Benevento.

E’ una città che trasporta la propria squadra. Sono ricordi indelebili per me, che nessuno potrà mai portarmi via. Li custodisco in una cassaforte ideale ed è bello ogni tanto riaprire e sfogliare di nuovo pagine di un libro bellissimo, fatto non solo di vittorie ma anche di salvezze che, alle volte, valgono più di un campionato vinto”.

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