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Il Benevento non vuole arrendersi ad un destino ineluttabile: la retrocessione. La matematica ancora non condanna i giallorossi, ma troppi gli errori commessi e quanti rimpianti...

di Marcello Mulè
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Riccardo Improta
Riccardo Improta
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Sulla carta dodici punti ancora in palio, ma davvero poche le speranze, considerando lo stato attuale della squadra

Come nel peggiore degli incubi. Il pareggio del Cagliari a Napoli è stato un uppercut terribile, che ci sta facendo ancora vacillare e che, molto probabilmente, ci farà andare al tappeto, definitivamente. Gli ultimi risultati del campionato ci hanno fatto capire, ancora meglio, cosa sia la serie A. Un campionato dove nulla è scontato e nel quale è davvero impossibile fare previsioni. Perchè ci sono tanti, troppi fattori, talvolta volutamente poco comprensibili, lontani da ogni logica (calcistica), che vanno ad influire sui risultati di ogni singola squadra. Noi, rapportati a questo mondo pallonaro, a volte sembriamo davvero i cugini i campagna, come ci definiscono simpaticamente in terra partenopea. La nostra ingenuità, perchè di questo si tratta, è davvero disarmante e, a volte, diventa anche pericolosa, per noi stessi. Nel calcio non bastano la passione e i soldi: c'è bisogno di tanto altro. Nel calcio bisogna costruire rapporti (anche di convenienza), bisogna capire ed accettare certe dinamiche, non sempre legate alle partite. Perchè sono troppi gli interessi in gioco e nessuno, dalla prima all'ultima squadra, vuole perdere e quindi perderli.

Il destino del Benevento, quello che sembra sempre più inevitabile, è stato scritto tra dicembre e gennaio scorsi, all'apertura della finestra invernale del calciomercato. Come all'epoca auspicabile, sarebbe stato necessario intervenire sulla rosa, anche in maniera decisa, per colmare alcune evidenti lacune e assortire meglio i reparti, anche in considerazione dell'indisponibilità a divinis di alcuni calciatori che, sulla carta, erano stati acquistati come prime scelte. Bisogna sottolineare che la squadra, nel frattempo, stava facendo un campionato a dir poco esaltante, considerati i presupposti, di certo oltre ogni più rosea aspettativa. Forse solo per fortuna o perchè le altre squadre non stavano rendendo al meglio, chissà. S'era creato un certo entusiasmo, un fattore che di sicuro ci ha aiutati a fare alcuni risultati e ad essere per tutti la vera squadra sorpresa, come neopromossa, almeno nella prima parte del campionato. Probabilmente quel cammino assolutamente lusinghiero ci aveva illuso, anche se eravamo tutti consapevoli che, prima o poi, le prestazioni e quindi l'andamento di tutte le altre squadre nostre concorrenti sarebbe cambiato. In effetti, era stato fin troppo facile così, ed infatti... Ma nessuno avrebbe immaginato un girone di ritorno talmente disastroso, escludendo l'exploit di Torino in casa Juve.

Il destino, già. Il nostro destino sarà la conseguenza di consapevoli scelte. Alle reiterate richieste, del tecnico Inzaghi, di necessari rinforzi per la rosa a sua disposizione, il D.S. ha operato con una strategia di mercato che è stata quantomeno incomprensibile, sul piano tecnico. Ecco, la colpa maggiore del tecnico piacentino, a mio avviso, è solamente quella di aver accettato di continuare alla guida di una squadra assolutamente non adeguata in prospettiva salvezza, oltre ogni estemporaneo risultato. E lui, che da calciatore è stato un vero campione e che di calcio potrebbe insegnare ovunque, ne era assolutamente consapevole, e certe sue dichiarazioni a denti stretti in alcune conferenze stampa post-gare ne sono la prova. Avrebbe dovuto dimettersi e lo avrebbe fatto da vincitore morale. Invece...

Come già scritto nel recente passato, oltre i nomi sbandierati per oltre un mese sulle varie testate accreditate, a rinforzare la squadra sono arrivate solo due promesse, una delle quali praticamente sconosciuta. Due giovani calciatori, Depaoli e Gaich, dotati certamente di grande entusiasmo e di prospettiva, che sono andati a rimpinguare numericamente l'organico ma che, di fatto, non ne hanno accresciuto né il tasso qualitativo e né il livello d'esperienza. Il tutto, rinunciando alla certezza di un calciatore come Maggio, che probabilmente era diventato troppo maturo (sic!) per essere protagonista in serie A, ma che indiscutibilmente aveva solidità ed esperienza da vendere e sarebbe stato un comprimario di lusso. Invece, il D.S., quasi non ascoltando il suo allenatore, o per certi versi contraddicendolo, ha ripetutamente affermato, sbagliando, che la squadra stava bene così e che i calciatori a disposizione (taluni rivelatisi - invece - autentici flop) erano assolutamente funzionali. Iago Falque, praticamente nullo il suo apporto e un autentico “bagno” sul piano economico, è l'emblema di tale inesattezza. E allora, tutto questo mi fa capire che la strategia è stata esclusivamente quella di salvaguardia del bilancio. Se così è stato, senza alcuna retorica, non posso che condividerlo, in maniera serena e razionale. Ma allora, perchè non essere chiari e non dichiararlo pubblicamente? È per caso una vergogna voler preservare l'integrità economica di un club, anteponendola al risultato? Non credo! Lo avremmo accettato tutti, anzi, di sicuro l'ambiente avrebbe fatto quadrato intorno alla squadra e alla società.

Considerazione: di sicuro ci sono altre problematiche legate al calciomercato. E, se non si riesce quasi mai a concludere acquisti/cessioni nel modo migliore e con la giusta tempistica, evitando bagni di sangue monetari, la strategia adottata dal D.S. e quindi dalla società in qualche modo è stata sbagliata. Come scritto in apertura, non bastano capacità economica e passione per fare calcio. È necessario stringere alleanze, e bisogna accettare che altrove queste esistono e che, quando poi la lotta diventa cruenta, a fare la differenza  sono proprio certe scelte strategiche, organizzative e quindi di mercato. Le difficoltà incontrate nell'ingaggio di alcuni calciatori, non sono altro che il frutto della decisione di procedere da soli. Io sono assolutamente d'accordo che non bisogna mai piegarsi a forme (più o meno palesi) di ricatto o ad altre forme impositive. Ma, di certo, bisogna turarsi il naso e calarsi integralmente in una realtà che, a volte, contempla quelli che si chiamano compromessi. Non c'è altra strada, se non quella (folle) di investire altrimenti decine e decine di milioni di euro. E, come piccolissima realtà (non solo calcistica) non possiamo permettercelo e di certo neppure lo vorremmo.

Dovremmo concentrarci sul prossimo impegno, oltre ogni dichiarazione di parte, sarà invece una partita da dentro o fuori, soprattutto per noi. Non vincerla sarebbe davvero il via ai titoli di coda. Ma è impossibile non pensare a ciò che non è stato fatto. E vengono i dubbi, si moltiplicano i “perchè?” che  di sicuro non avranno mai una risposta esauriente. In fondo noi non possiamo pretendere nulla, è già tanto ciò che abbiamo vissuto. Ma una sottile rabbia è inevitabile, direi fisiologica.  

Il destino. Sembra ineluttabile, anche se la matematica non ci ha ancora condannato. Quattro gare ancora e dodici punti a disposizione, con scontro diretto con i rossoblù sardi in casa, e poi l'Atalanta a Bergamo, il Crotone in casa e l'ultima gara a Torino, sponda granata. Razionalmente, alla nostra reale portata solo la gara con il Crotone. Per il resto, considerando le differenze di valori tecnici e lo stato mentale dei giallorossi, la vedo davvero dura. Lucidamente, è quasi impossibile, ma la fiammella della speranza non deve spegnersi.

Il dispiacere e la delusione sono molto forti, ma noi (che sappiamo bene da dove veniamo...) non possiamo fare altro che crederci e lo faremo.

In tutta onestà, però, ad oggi è impossibile aggrapparsi a qualcos'altro che non sia un pallone che riesca ad entrare nella porta avversaria, magari rotolandoci dentro con un briciolo di necessaria e ritrovata fortuna.

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